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venerdì 30 marzo 2012

venerdì 10 febbraio 2012

Eric Clapton - Unplugged - 1992



Ci sono cd che una volta guadagnato il posto nel lettore della mia auto non hanno nessuna intenzione di abbandonarlo, il disco del momento è “ Unplugged “ di Eric Clapton, 1992.
Sarà che ultimamente ho ripreso in mano la chitarra acustica dopo molto tempo, sarà perché gli anni passano,  i capelli imbiancano e non sono più il giaguaro di una volta.. ma ascoltare questa registrazione live rigorosamente acustica mi dà parecchi spunti, mi infonde calore, mi consola, mi commuove,  mi fa sorridere, insomma, mi regala tanta emozioni.
La qualità della registrazione è ottima, in linea con quella degli altri notevoli MTV Unplugged (tra i quali spiccano, a mio giudizio, quello dei Nirvana e quello degli Alice in chains), la scelta dei pezzi è azzeccata, i musicisti sono di valore assoluto, gli arrangiamenti acustici per i pezzi nati elettrici come “Layla” e “ Old love” riescono a non far rimpiangere gli originali, anzi, dal punto di vista del feeling il risultato è addirittura migliore.
La registrazione avviene nel gennaio del 1992, neanche un anno dopo la morte di Conor, il figlio che Clapton ebbe con Lory Del Santo, la sofferenza interiore che il chitarrista patisce in un momento così delicato imprime al disco una nota fortemente intima ed il contesto e le modalità in cui il concerto si svolge favoriscono un’atmosfera in cui l’artista si apre e mostra le sue ferite condividendole con i pochi presenti.
Il culmine di tale manifestazione  di sofferenza è l’esecuzione di “Tears in Heaven”, dolce ballata dedicata alla recente scomparsa del figlio.
Anche dal punto di vista professionale Slowhand non viene da un periodo roseo, gli anni ’80 hanno segnato il picco più basso della sua creatività e lo hanno visto protagonista più che altro di vicende di gossip.
In un momento di smarrimento cosa è meglio fare se non ritornare alle origini per ritrovare la necessaria sicurezza?
È proprio questo quello che fa il chitarrista di Ripley, torna indietro fino alle radici della musica che da sempre lo ha appassionato e gli ha permesso di esprimersi: il blues. Declinato, per l’occasione, nella sua versione più genuina, quella acustica.
Forse il pezzo più debole del disco lo troviamo proprio all’inizio,  “Signe” è una bossa nova che sembra avere la funzione di riscaldare i musicisti per i pezzi a seguire, con i quali non ha molto a che spartire, se non la centralità della chitarra.
“Before you accuse me” è un classico blues a 12 battute di Bo Diddley suonato in fingerstyle in cui le chitarre di Clapton e Fairweather-Low si intrecciano alla perfezione tessendo ricami di note sui tre semplici accordi.
“Hey Hey” è un altro standard della musica nera, di Big Bill Broonzy. Questa versione discosta un po’ dall’originale e il Nostro ammette di non  essere mai riuscito a raggiungere la facilità di esecuzione necessaria per suonarla da solo, per questo si avvale di una seconda chitarra. Ne risulta forse il pezzo meno orecchiabile e meno accattivante dell’album, ma tremendamente ricco di fascino e del calore del delta del Mississippi.
Di seguito troviamo “Tears in heaven”, grazie alla quale Clapton confessa di essere riuscito a lenire e a superare lentamente la prematura scomparsa del figlio. Un semplice arpeggio supportato qua e la  dai fraseggi della seconda chitarra fa da sottofondo all’intensa voce di un padre che deve sopportare il dolore più grande. Una superba esecuzione vocale rende tangibile a chi ascolta la disperazione  per la grave perdita; un pathos mai raggiunto prima nella produzione dell’artista.
“Lonely stranger” è un piacevole intermezzo, un pezzo di livello leggermente inferiore al resto, ma che mette in luce doti canore che non ci si aspettano da Mr. Slowhand.
La traccia numero 6 ci riporta sulla vecchia strada maestra del blues, un blues vecchio quanto l’uomo: “Nobody knows when you’re down and out”; scritto da Jimmy Cox all’inizio degli anni ’20 e portato al successo da Bessie Smith con la sua incisione del 1929. Questo standard era già stato ripreso da Clapton in una magistrale rivisitazione elettrica in un altro disco da avere: “Layla and other assorted love songs”. La versione qui proposta è ovviamente in chiave acustica e più fedele all’originale, con un piacevole assolo di pianoforte di Chuck Leavell.
A metà del disco arriva il culmine, introdotto da una frase che invita gli ascoltatori ad indovinare di quale pezzo si tratti: “ See if you can spot this one!” Gli accordi sono gli stessi, la tonalità anche, ma al posto del micidiale riff di chitarra elettrica (il cui autore fu Duane Allman) ce n’è uno di chitarra acustica. Dopo qualche secondo qualcuno intuisce e scatta l’applauso, è proprio lei, “Layla” in una nuova, stravolgente veste. Scritta per manifestare il lacerante sentimento che aveva provato per Pattie Boyd ora, passati gli anni e raggiunta la maturità,  lascia spazio ad una più distaccata ma non meno profonda nostalgia.
Si passa alla chitarra Dobro e alla slide per “Running on Faith”, una delicata ballata che parla di un uomo innamorato che ripone tutte le speranze in questo sentimento.
Per la successiva “Walking blues”, classico di Robert Johnson, Clapton si avvale ancora delle Dobro e della slide. Solo chitarra e voce, per un’esecuzione perfetta sotto tutti i punti di vista; tra le centinaia di cover di questo standard  questa è probabilmente la più fedele nel rievocare il blues, definito come: “It's the worst old feeling I ever had”.
Spazio alla 12 corde per due movimentati classici come “Alberta” e “San Francisco bay blues”, la prima contiene un divertente assolo di piano mentre la seconda viene eseguita con tanto di armonica e di kazoo, come veniva proposta negli anni ’60 da Jesse Fuller, in versione “one man band”.
Ancora un pezzo di  Robert Johnson, “Malted Milk”, eseguito con il valido contributo di Fairwather-Low per poi arrivare ad un altro picco dell’album, la splendida rivisitazione acustica di “Old Love” che contiene due assolo, quello di chitarra acustica di Clapton e quello di pianoforte di Leavell che da soli valgono il prezzo del CD.
Si chiude con un altro intramontabile standard: “Rolling and Tumbling” con Dobro e slide, nella migliore tradizione blues.
La riuscita di questo album ruota intorno a più fattori,  i principali sono, a mio avviso,  la magnifica forma chitarristica e vocale di Clapton, la sua voglia e la sua necessità di rendere partecipi gli altri del suo dolore, per cercare di risollevarsi. Molto importanti poi sono stati i contributi degli altri musicisti, in primis il pianista Chuck Leavell, che ha conferito ai pezzi notevole dinamicità e li ha arricchiti con pregevoli assolo. In ultimo, ma non per importanza , la qualità delle registrazioni che ricreano fedelmente la magica atmosfera di un raccolto ed intenso live acustico.


  1. "Signe" (Eric Clapton) – 3:13
  2. "Before You Accuse Me" (Ellas McDaniel) – 3:36
  3. "Hey Hey" (Big Bill Broonzy) – 3:24
  4. "Tears in Heaven" (Clapton, Will Jennings) – 4:34
  5. "Lonely Stranger" (Clapton) – 5:28
  6. "Nobody Knows You When You're Down and Out" (Jimmy Cox) – 3:49
  7. "Layla" (Clapton, Jim Gordon) – 4:46
  8. "Running on Faith" (Jerry Lynn Williams) – 6:35
  9. "Walkin' Blues" (Robert Johnson) – 3:37
  10. "Alberta" (Traditional) – 3:42
  11. "San Francisco Bay Blues" (Jesse Fuller) – 3:23
  12. "Malted Milk" (Robert Johnson) – 3:36
  13. "Old Love" (Clapton, Robert Cray) – 7:53
  14. "Rollin' and Tumblin'" (Muddy Waters) – 4:10


·                    Eric Clapton – Chitarra e voce
·                    Andy Fairweather-Low – Chitarra, armonica, mandolino
·                    Ray Cooper - Percussioni
·                    Nathan East – Basso, cori
·                    Steve Ferrone - Batteria
·                    Chuck Leavell - Pianoforte
·                    Katie Kissoon - Cori
·                    Tessa Niles - Cori

venerdì 27 gennaio 2012

Nobody knows you when you're down and out

Alcune canzoni sfidano il tempo e saltellano qua e là cambiando la forma ma non la sostanza.
Chissà se un tale di nome Jimmy Cox quando, quasi 90 anni fa, scrisse “ Nobody knows when you’re down and out” avesse minimamente idea della gloria che il destino aveva in serbo per la sua creatura. Ne dubito. Oltre al successo che ebbe verso la fine degli anni ’20, soprattutto grazie alla famosa versione di Bessie Smith, negli anni ’60 venne ripescata in chiave soul da Sam Cooke e da Otis Redding, poi ripresa nella sua originaria veste blues da Janis Joplin e dalla Allman Brothers Band , fino ad arrivare al potente rock blues di Derek and The Dominos.
La lista delle incisioni è in continuo aggiornamento e dagli anni ’80 altri artisti eccellenti come Billy Joel, Rod Stewart, B.B. King, Don McLean hanno contribuito a rendere questo pezzo immortale. La nota dolente arriva alla fine, quando come ultimo performer si legge il nome di Carla Bruni (Sic!).. ecco se c’è lei chiedo a gran voce di essere inserito anche io!
D’altra parte c’è poco da fare, mi diverto così e se dalle sconclusionate jams con il buon vecchio Frank non esce niente di buono devo suonarmela e cantarmela da solo, con scarsi risultati, ma enorme divertimento.

Nobody knows when you're down and out by aftermidnight78

giovedì 5 gennaio 2012

Key to the highway

Cosa succede quando due chitarristi si incontrano? ... mmm se si tratta di me e del mio amico Frank si farà di sicuro bisboccia e si finirà per strimpellare il motivetto di "lo chimavano Trinità" (fischio incluso), quello di “il buono, il brutto, il cattivo”  oppure "funiculì funiculà".... ma se questi due chitarristi si chiamano Eric Clapton e Duane Allman (accompagnati da  un bassista e un batterista di grande spessore) il discorso cambia, ne può venir fuori un disco estremamente interessante! "Layla and other assorted love songs" (1970) questa è la fatica del gruppo chiamato "Derek and the Dominos", nome anonimo che non fa pensare al sodalizio dei due come ad un'operazione commerciale( uno di quei casi in cui si può parlare di affinità elettive…). Ultimamente sto consumando questo cd nel lettore della mia auto, le lunghe cavalcate delle due chitarre sembrano perfette per i viaggi di una certa durata. Scorre in modo molto piacevole  ed alterna poderosi blues a languide ballate, passando per un omaggio a Hendrix: una "Little wing" riarrangiata che a mio dire tutto sommato non sfigura, e un paio di pezzi in cui affiora l'animo confuso di Clapton, che non riesce a frenare la sua passione per la moglie del suo migliore amico ( Patty Boyd, moglie di George Harrison)... L’apice viene raggiunto con "Key to the Highway", classico blues di  Big Bill Bronzy, che  è da ascoltare in repeat… gli assoli della slide di Allman e quelli della strato di Clapton si rincorrono lungo dieci infuocati minuti supportati da una ritmica incalzante e trascinante. Se solo penso che si tratta di una jam improvvisata.. ebbene, la sessione di registrazione era terminata e i tecnici stavano tornando a casa, quando Clapton e Allman sentirono che nello studio vicino un tale stava incidendo una cover di  “Key to the higway” così presero spunto e iniziarono a strimpellare (no, strimpellare non è il termine corretto, io strimpello, loro suonavano!). Il loro produttore, Tom Dowd, avendo intuito che la jam poteva essere molto interessante, corse fuori a richiamare i tecnici, ordinando loro di ritornare ai loro posti e registrare quei due fenomeni che si rimpallavano la parte ritmica e quella solista con una naturalezza sbalorditiva! (forse se avessi avuto anche io un compagno di suonate avrei imparato davvero a suonare la chitarra, ho dovuto invece accontentarmi delle mie inconstanti strimpellate solitarie) 

Purtroppo Derek and the Dominos hanno vita breve, un album e un tour.. il 1971 vedrà Allman morire in un incidente motociclistico e  Clapton autodistruggersi con l’eroina.. sparirà per un paio di anni dalla circolazione, tornando ad esibirsi solo nel 1973, nel famoso  concerto al Rainbow Theatre, organizzato per lui da Pete Townshend.