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mercoledì 16 maggio 2012

Buone abitudini



La si paga a prezzi d’inflazione la maturità, come diceva il buon Guccini quando era al massimo dell’ispirazione. Uno dei balzelli più salati da pagare riguarda la diminuzione del tempo libero, almeno per me.
Passo settimane in attesa di avere qualche ora libera da dedicare al libero cazzeggio, mi creo tali aspettative che paradossalmente, ma puntualmente, finisco sempre per restare deluso.
Allora preferisco tornare sui sentieri sicuri, quelli di una volta e mi ritrovo a spulciare i miei vinili alla ricerca di qualcosa che possa produrre istantanea soddisfazione.
Per carità non sono un fanatico del vinile, il motivo per cui lo ritengo infinitamente più gustoso di un cd è quello che sta all’esterno e non ha molto a che fare con il suono. Non ho competenze scientifiche per risolvere la questione e sebbene ad orecchio ho sempre avuto la sensazione che uno stesso disco suoni meglio su vinile che su cd non so bene se tale impressione sia dovuta al maggior fascino dei vecchi 33 giri o ad una vera e propria superiorità dell’analogico sul digitale… comunque poco importa.
L’emozione dell’ascolto in vinile inizia molto prima che la puntina atterri fragorosamente sul supporto, quando si osserva e si tocca la copertina, quando si scruta l’interno per vedere si oltre al disco ci sono contenuti speciali, foto, dediche. Chi non ha mai passato del tempo a riconoscere i personaggio della copertina del  Sgt. Pepper's? o a fantasticare sulle strane foto di Wish you were here cercando di capirne il messaggio? Chi non ha mai giocato con la zip di “Sticky fingers” o letto gli articoli della copertina-quotidiano di “Thick as a brick”? oppure, perché no, a sbirciare le ragazze seminude della copertina di “Electric Ladyland”. Sulla confezione del cd certe cose non sono neppure immaginabili… ehh, le vecchie abitudini non tradiscono mai.

martedì 6 marzo 2012

Long live David Jon Gilmour



Ho dedicato la scorsa domenica pomeriggio ai soliti vinilici ascolti, favoriti da un pranzo a base di carne e Nero d’Avola molto carico e con un persistente retrogusto di tabacco e cacao.
La mia solita smania di saltellare qua e là da un Lp all’altro ha trovato stranamente un rapido conforto in un album che non avevo il piacere di sentir danzare sul piatto da un bel po’ : “Wish you were here” (1975) dei Pink Floyd.
Ahhh, quanti pigri sabato pomeriggio di primavera ho passato ad ascoltare questo disco, mentre fantasticavo sulle foto della copertina; non mi ha mai convinto del tutto, mi ha suscitato reazioni sempre diverse, a volte diametralmente opposte, ma alcuni suoi passaggi riescono a toccare delle corde che nessun altro disco tocca.
Un mio amico ha definito in modo alquanto sarcastico il successo dei Pink Floyd come frutto del “più redditizio senso di colpa della storia della musica”, tutto sommato, pur essendo una presa di parte molto netta ha una base di verità. Anche questo disco, infatti, ruota intorno alla figura del “diamante pazzo” che lanciò il gruppo dall’underground londinese verso il successo mondiale.
Comunque non era questo l’oggetto del post, quindi torniamo a bomba. L’ascolto della liquida stratocaster di “Shine on you crazy diamond”, che si destreggia su una scala blues di Sol minore sopra un maestoso tappeto d’organo mi ha fatto ricordare che oggi è il compleanno di uno dei miei Guitar Heroes per eccellenza: David Gilmour.
Pur non essendo un mostro di tecnica, non avendo una velocità esagerata e gironzolando  sempre ancorato saldamente alla pentatonica, l’espressività e il gusto nella scelta della direzione da dare ai suoi soli hanno reso immortali molti pezzi dei Pink Floyd. La sua plettrata decisa, il suo tocco morbido ed i suoi bending estremi hanno creato uno stile caldo, evocativo e difficilmente riproducibile, capace di riuscire a non rendere mai banale e scontato il fraseggio più semplice. Quando mi è capitato di ascoltare i suoi soli eseguiti da altri chitarristi non ne ho trovato nessuno in grado di raggiungere lo stesso livello di espressività, pur parlando di gente del calibro di Snowy Withe, Andy Fairweather-Low o Doyle Bramhall II, che hanno suonato in vari tour con Roger Waters. La  sua musica è un magnifico veicolo di emozioni.

Con la speranza di avere l’occasione di vederlo di nuovo porgo i miei migliori auguri per i suoi 66 anni al buon vecchio David

venerdì 27 gennaio 2012

Nobody knows you when you're down and out

Alcune canzoni sfidano il tempo e saltellano qua e là cambiando la forma ma non la sostanza.
Chissà se un tale di nome Jimmy Cox quando, quasi 90 anni fa, scrisse “ Nobody knows when you’re down and out” avesse minimamente idea della gloria che il destino aveva in serbo per la sua creatura. Ne dubito. Oltre al successo che ebbe verso la fine degli anni ’20, soprattutto grazie alla famosa versione di Bessie Smith, negli anni ’60 venne ripescata in chiave soul da Sam Cooke e da Otis Redding, poi ripresa nella sua originaria veste blues da Janis Joplin e dalla Allman Brothers Band , fino ad arrivare al potente rock blues di Derek and The Dominos.
La lista delle incisioni è in continuo aggiornamento e dagli anni ’80 altri artisti eccellenti come Billy Joel, Rod Stewart, B.B. King, Don McLean hanno contribuito a rendere questo pezzo immortale. La nota dolente arriva alla fine, quando come ultimo performer si legge il nome di Carla Bruni (Sic!).. ecco se c’è lei chiedo a gran voce di essere inserito anche io!
D’altra parte c’è poco da fare, mi diverto così e se dalle sconclusionate jams con il buon vecchio Frank non esce niente di buono devo suonarmela e cantarmela da solo, con scarsi risultati, ma enorme divertimento.

Nobody knows when you're down and out by aftermidnight78

lunedì 16 gennaio 2012

Tubular bells



Quel motivo ripetuto da tutti gli strumenti che in fila indiana entrano sopra una tappeto di basso dal sapore molto fusion mi ha svegliato presto stamattina.. già, proprio quello di Tubular Bells (lato A) di Mike Oldfield. Lo avevo in testa da ieri sera, mi ha cullato mentre mi assopivo tra le braccia di Morfeo e l’ho ritrovato lì stamattina quando la luce filtrata dalle persiane ha iniziato a colorare la stanza di arancione. Ho rispolverato il cd un paio di giorni fa perché avevo voglia di divertirmi un po’ nel variare la parte iniziale, quella utilizzata dall’esorcista, per intenderci. Invece in testa mi è rimasta la parte conclusiva, quella che mi ha sempre colpito di più. Se solo penso che l’opera è stata concepita e realizzata quasi esclusivamente da una ragazzo di appena vent’anni.. beh, resto senza parole, e provo un po’ di invidia e di tristezza per la mia mediocrità. Suono la chitarra, ma non sono un fenomeno e non mi sento affatto portato, mi interesso di vini ma non sono un sommelier, colleziono cd e vinili, passo ore ad ascoltare musica ma quelle poche cose che ho scritto al riguardo fanno pena, gironzolo in macchina per cercare panorami degni di essere immortalati con la macchina fotografica, ma i risultati non hanno mai niente di speciale, lavoro il legno da anni ma non posso definirmi falegname, costruisco chitarre ma non ho mai raggiunto la perfezione che vorrei… potrei andare avanti all’infinito!!

venerdì 13 gennaio 2012

The long and winding road to San Quirico




Una delle cose che più mi piace fare è guidare. In auto riesco quasi sempre a rilassarmi e a valutare con calma le questioni che mi assillano, aiutato dalla musica, ovviamente.
Una strada alla quale sono particolarmente affezionato è quella che porta a San Quirico d’Orcia, precisamente dal tratto che da Torrita di Siena passa per Montepulciano, poi Pienza ed infine conduce a San Quirico. Ci sono stato diverse volte, generalmente in primavera, e ogni tanto sento un bisogno profondo di tornarci. Se avessi potuto scegliere dove nascere avrei sicuramente scelto di nascere lì, tra quelle dolci colline di un verde che non è mai lo stesso, ma cambia enormemente col cambiare delle condizioni di luce e del vento; quei cipressi che conducono a qualche bel casolare di campagna e perché no… l’ottimo vino e l’ottimo cibo. Mi pare di aver letto una volta che a San Quirico si ha l’aspettativa di vita più alta in Italia… la val d’Orcia è davvero un posto in cui il tempo sembra scorrere ancora con i ritmi di una volta, il luogo ideale dove abbandonare ogni tipo di stress.
Ricordo con molto piacere la scappatella che ho fatto in zona a fine marzo. In un pigro sabato mattina di inizio primavera decido di fare qualcosa di gratificante per il corpo e per lo spirito quindi prendo qualche cd (circa 40) e mi metto in macchina alla volta della val d’Orcia.
Si susseguono ascolti quasi dimenticati, non ricordavo quanto fosse facile astrarsi dalla realtà ascoltando “If i could only remember my name” di David Crosby, oppure quanto fosse geniale e versatile la chitarra di Randy Wolfe “California”, leader degli Spirit in “Twelve dreams of Dr. Sardonicus… per non parlare di quel capolavoro assoluto di Tim Buckley, “Goodbye and hello”, che mi culla con la sua voce d’angelo.

Quando arrivo dalle parti di Moltepulciano è il turno di “Let it be” dei Beatles, perché “The long and winding road” mi fa pensare proprio a quella strada che solca le colline tra Montepulciano, Pienza e San Quirico… il viaggio è stata un’esperienza quasi catartica e alla vista di quei dolci rilievi dominati dal monte Amiata mi si è aperto il cuore.
Il tempo di parcheggiare e mi si è aperto anche lo stomaco… quindi una sosta in uno degli ottimi ristoranti della zona è obbligata. Pappardelle al cinghiale, filetto e due calici di Brunello.. ahhh, ritemprato nel corpo e nello spirito faccio una bella passeggiata per le vie del paesino poi l’immancabile capatina a Montalcino per comprare qualche bottiglia del già citato Brunello da regalare agli amici e dopo riprendo la via di casa, fermandomi di tanto in tanto a fare qualche foto.. peccato che la luce quel giorno non fosse delle migliori.
Insomma, non posso lamentarmi: ottimo cibo, ottimo vino, ottima musica, magnifici luoghi e, a differenza di quanto accade di solito quando sono solo, anche ottima compagnia!

lunedì 9 gennaio 2012

Golden Slumbers

In queste insolite giornate di ferie ho dato sfogo a  tutte le mie passioni, cercando di incastrare nell’arco delle 24 ore quante più attività possibili. Musica, corsa, cucina, viaggi in macchina, degustazioni di vini in compagnia di amici, falegnameria, fotografia, poker… sono riuscito a ricaricare le pile stando sempre in movimento. Non potevo sperare di meglio.
Ho finalmente potuto iniziare la realizzazione di un paio di mobili che avevo in mente da tempo ed  ho potuto fugare finalmente i dubbi sulla fattibilità di certe cose, o meglio, ho fugato i dubbi sulla mia presunta incapacità nel fare certe cose. Purtroppo la quotidianità mi impone un percorso estremamente rigido e confinato entro limiti invalicabili… ed è proprio il superamento di certi limiti che mi regala le soddisfazioni più grandi.
La musica, suonata ed ascoltata, ha fatto da padrona, ad orari improbabili e a volumi improponibili, in macchina, a casa, all’aperto, in cuffia.
Immancabili come al solito sul piatto del giradischi i Beatles, quelli degli album della maturità, da Rubber Soul in poi. Ho sempre sentito la sensibilità di McCartney vicina alla mia, devo ammettere che preferisco le sue canzoni a quelle di Lennon, (mi riferisco solamente al periodo di attività dei Beatles e non alle loro carriere da solisti) “Eleanor Rigby”, “The fool on the hill”, “She’s leaving home” denotano interesse nei confronti di personaggi ai margini o fuori dagli schemi, un aspetto che generalmente apprezzo nelle persone.
Vista l’ingente quantità di strumenti musicali che mi ritrovo per casa ho pensato bene ( o male, dipende) di registrare qualcosa proprio di McCartney, purtroppo la mancanza di un’adeguata attrezzatura per la registrazione mi ha imposto di pensare ad una canzone breve senza possibilità di sovraincidere più di una traccia per il basso e un’altra per qualche arrangiamento qua e là, quindi “Golden Slumbers” è stata la scelta più ovvia.  Piano (ehm… tastiera, il pianoforte dopo il trasporto si è orrendamente scordato), voce in presa diretta,  basso (in realtà è una chitarra, ma di bassi al momento non ne ho) e qualche riempimento sovraincisi, per una dolce ninna nanna che apre la progressione ( Golden Slumbers, Carry that weight, the end) che porta a termine “Abbey Road” e quindi le registrazioni dei Beatles ( Let it Be è uscito dopo ma era stato registrato in precedenza) Purtroppo il risultato finale è quello che è, ma il divertimento nel fare certe cose supera di gran lunga l’imbarazzo che provo nell’ascoltare il prodotto finito.


Golden Slumbers-1 by aftermidnight78

giovedì 29 dicembre 2011

Out on the week end

Il periodo natalizio quest’anno è stato caratterizzato dalla precisa volontà di non pensare agli spettri degli ultimi mesi, a cosa serve altrimenti questa festa? Il  suo significato religioso non mi interessa, il lato consumistico mi indigna, ma sono rinfrancato dal tempo passato con i miei cari e dalle attenzioni date e ricevute. Dopo un anno passato a pensare principalmente ognuno a fatti propri ci si ritrova tutti insieme per condividerne una parte.
Babbo Natale ha pensato bene di fomentare le mie ambizioni da musicista di strada, facendomi trovare sotto l’albero un banjo e un’armonica, visti i tempi di crisi in cui viviamo è un preciso invito a considerare possibile un futuro da strimpellatore vagabondo.
Ed in realtà è proprio questo quello che ho voglia di fare in questi giorni finalmente liberi dal lavoro: partire al mattino presto con la macchina e la chitarra, gironzolare finche non trovo un bel posto, magari verso i monti e con un bel panorama ( i Sibillini in questi giorni sono uno spettacolo visti dalle mie parti) e mettermi a suonare canticchiando qualcosa di Eric Clapton o, ancor meglio, qualcosa da “Harvest” o “After the gold rush” di Neil Young. La delicata disperazione di alcuni dei suoi pezzi è un perfetto accompagnamento al momento che sto passando e alle riflessioni di fine anno volutamente evitate.

martedì 20 dicembre 2011

Notturne evasioni

Mi ero disabituato alle notti insonni. Non ho più la pazienza di aspettare Morfeo per ore intere, rigirandomi tra le lenzuola, ormai preferisco alzarmi e dedicarmi ad altro. Dopo un fine settimana come quello appena passato credevo che stanotte avrei dormito sereno come un bambino, ma così non è stato. Pensavo che una domenica passata a lavoricchiare e un sabato di svago totale culminato con l’incontro con un amico che non vedevo da tempo avrebbero allontanato alcuni fantasmi che mi tormentano in questi giorni.
Purtroppo i fantasmi sono tornati a farsi sentire  e non ho potuto fare altro che scacciarli nell’unico modo che funziona: prendendo la chitarra acustica e suonando nel cuore della notte, al buio. Così ho passato due ore tra alcuni grandi classici blues di  Bo Diddley, Muddy Waters, Big Bill Bronzy, Johnson, Jesse Fuller.. tutti quanti nella versione di Clapton nell’album Unplugged, disco che ultimamente sto rivalutando probabilmente per il fatto di  avere un certo ritorno di fiamma per la chitarra acustica. Tra stecche, versi sbagliati o inventati, accordature aperte improbabili e sforzi di memoria per ricordare i fraseggi gli occhi si sono fatti gonfi e pesanti e ho potuto riposare un po’.
Ho la pessima abitudine di affrontare le questioni che mi spaventano e mi agitano solo quando sono messo alle strette, altrimenti le posticipo all’infinito. Ogni volta che utilizzo questa “tecnica” sembro ritrovare tranquillità per un po’,  ma la consapevolezza che c’è un problema irrisolto da affrontare scava e scava fino a riaffiorare in superficie sotto forma di manifestazioni psicosomatiche… insonnia, colite, gastrite sono il bagaglio che la mia mediocrità mi fa portare a spasso.

martedì 29 novembre 2011

Paul is dead... alla faccia!

Leggenda vuole che il vero Paul McCartney sia deceduto in un incidente stradale nel 1966 e che sia stato sostituito con un sosia…ecco delle due l’una: o il sosia è molto meglio dell’originale, o a quell’ incrocio Paul fece un patto con il diavolo, come il già citato Robert Johnson, e in cambio della sua anima ricevette una longevità musicale (quasi) senza pari.
Già, perché il concerto di sabato sera a Casalecchio è stato eccezionale, assolutamente impeccabile, per quel che ricordo, persino migliore di quello ai fori imperiali nel 2003.
La scaletta è infinita, divisa tra gli indimenticabili successi scritti da lui con i  Beatles e il meglio della sua carriera da solista, passando per alcune citazioni come il celebre riff di “Foxy Lady” di Hendrix, “Give peace a chance” di Lennon e “Something” di Harrison suonata all’ukulele.
Dall’inziale “Magical Mistery Tour” al conclusivo medley “Golden Slumbers”- “Carry that weight” – “The end” ( che chiude “Abbey Road” e quindi anche le incisioni in studio dei Beatles) la tensione non è scesa per un istante e ha raggiunto il culmine con la pirotecnica “Live and let die” e la scatenata “Helter Skelter” . Più pacati, ma non per questo privi di emozioni, sono stati i toni delle delicate ballate acustiche come “ Blackbird” e l’immancabile “Yesterday” alla chitarra o “Let it be “ al piano.
Non penso ci si potesse attendere di più, la genersosità della scaletta e la verve di questo gentleman di 69 anni sono andate oltre le più rosee aspettative e non credo di esagerare definendo questo evento come il concerto perfetto, e Sir. Paul McCartney come il re vivente del rock’n’roll.

giovedì 17 novembre 2011

1993

Ogni tanto scendo in garage a sistemare un po’ di cose, devo comprimere libri, quaderni e diari della mia adolescenza in spazi sempre più angusti per fare largo ad oggetti più recenti.
Spesso mi trattengo più del dovuto per rispolverare vecchi ricordi. Questa volta, da uno scatolone tenuto insieme da un centinaio di metri di nastro adesivo, è saltato fuori il diario del primo anno di liceo, 1992-93! Non ricordavo di avere il vizio di appuntare i voti dei compiti in classe e delle interrogazioni, di fare i calcoli delle medie per ogni materia… ma d’altra parte quello è stato il mio ultimo anno da studente modello, dal secondo anno presi le cose molto più alla leggera puntando al minimo risultato utile con il minimo sforzo necessario. Con il senno di poi, se potessi, mi prenderei a ceffoni. Ancora non riesco a capire perché avessi tanta rabbia dentro di me a 15 anni, in parte è normale, ma probabilmente avrei fatto meglio a sfogarla in modo diverso, piuttosto che privarmi di certe opportunità.
Il ’93 è stato l’anno in cui ho iniziato a fumare, in cui inizia a frequentare la palestra, in cui passai il mese di luglio a leggere tutto quello che avevo per casa di Pirandello , l’anno in cui, da buon fan sfegatato, attesi con impazienza l’uscita di “Zooropa” degli U2 senza poi accorgermi che tale album avrebbe rappresentato la fine del loro periodo migliore, l’anno in cui ho gettato le basi per alcune amicizie che durano ancora, l’anno in cui volevo iniziare a suonare la batteria, in cui  i miei pensieri per il gentil sesso si spostavano da una ragazza all’altra ogni mese, ma inevitabilmente non si concretizzavano mai, l’anno in cui, a dispetto di quello che costantemente diceva di me una professoressa, decisi che non sarei diventato un ingegnere, è stato l’anno in cui avevo lo stesso taglio di capelli di adesso, l’anno in cui, quando alle 7 di mattina mettevano “Nevermind” o “In utero” sul pullman, mi rovinavano la giornata; è stato anche l’anno in cui ho smesso di andare in chiesa, l’anno in cui ho consumato i vinili di De Andrè di proprietà di mia sorella e le sue cassette di Guccini e De Gregori.
È stato sufficiente sfogliare poche pagine di un diario per risvegliare una quantità di speranze, illusioni e sogni ingenui che per un po’ hanno preso il posto del cinismo nel cuore indurito di un ultra trentenne.

mercoledì 16 novembre 2011

Like a rolling stone

Finalmente un fine settimana come si deve!
Il week end  passato è stato un condensato di attività che mi fanno stare bene, l’emblema di come vorrei passare il mio tempo libero.
Tutto è iniziato sabato mattina con la partenza alla volta della capitale, il tempo era splendido e i colori dei sibillini incantevoli. Non poteva mancare una sosta per ristorarsi con specialità locali.
Raggiunta Roma con molta calma ne ho approfittato per una breve passeggiata  prima dell’evento della giornata: il concerto di Mark Knopfler e Bob Dylan al Palalottomatica. Del primo ho già visto molti concerti e sono quasi stufo di parlarne, il suo controllo sullo strumento è stupefacente… legati, bending, rake,  sono totalmente funzionali al pezzo e mai artefatti, la chitarra emerge senza mai sembrare ridondante. Invece era la prima volta che assistevo ad un live del Menestrello.. ecco.. ha sempre avuto una voce non proprio sublime, ma ora è diventata decisamente INASCOLTABILE, a tratti fastidiosa… eh, diciamolo!
La domenica è stata dedicata ad una lunga passeggiata per il centro e alla visione della mostra su Filippino Lippi e Botticelli, alla scuderie del Quirinale. Non sono un esperto di arte, ma i colori della “Madonna con bambino” conosciuta anche come “Madonna Strozzi” mi sono rimasti negli occhi. Leggendo i documenti ho trovato curioso come i mecenati di un tempo,  nei contratti con gli artisti, pretendessero l’uso delle migliori materie prime… il parallelo con i ricconi di adesso è impietoso.
Dopo la mostra altra breve passeggiata e rientro molto tranquillo a casa, con annessa cena in quel di Visso, per recuperare un po’ di energie con del buon tartufo.
Non potevo chiedere di meglio, ho nutrito corpo, spirito e cervello, interrompendo per un po’ la noiosa routine.



lunedì 14 novembre 2011

Can't find my way home

Can't find my way home by aftermidnight78

Il bello della musica e dell’arte in generale è che un’opera o una canzone una volta pubblicate smettono di essere proprietà esclusiva dell’artista e diventano proprietà condivisa tra tutti gli ascoltatori. Alcune canzoni hanno segnato così tanto periodi della mia vita che ormai fanno parte del mio bagaglio di ricordi, sono legate a doppio nodo a certi percorsi e a certe persone.
Ci sono poi canzoni che si presentano più volte lungo il nostro cammino, in maniera ciclica, magari con senso e significato cambiati; una di queste è “Can’t find my way home” inclusa nell’album “Blind Faith” dell’omonimo supergruppo formato nel 1969 dai due ex Cream Clapton e Baker, dall’ex Traffic Steve Winwood (*) e dall’ex bassista dei Family Rich Grech. Furono la penna e la chitarra di Steve Winwood  a partorire questa breve ballata acustica che tanto mi assilla ultimamente.
Il primo incontro con questa canzone lo ebbi nel 2005, quando, in preda ad una vera e propria bulimia musicale, inizia ad ascoltare ogni cosa prodotta tra il 1965 e il 1975. (Già, sono tremendamente affetto ad pregiudizi, è un mio limite molto evidente, ma il decennio racchiuso tra “Rubber Soul” dei Beatles e “Wish you werer here” dei Pink Floyd non credo che potrà mai avere eguali)
Bene; ricordo che comprai questo disco perché ero rimasto impressionato in maniera molto positiva dai Traffic e dai Family, e conoscendo bene il Clapton dei Cream ero sicuro che il loro sodalizio non mi avrebbe deluso. Infatti non fui deluso, ma neanche estremamente entusiasta, e anche adesso credo che il loro lavoro fu buono, ma mancante della necessaria coesione, con Clapton sotto tono e Winwood nel ruolo di leader. Un disco con pochi acuti, con spunti interessanti poco approfonditi ( le esplorazioni dal sapore vagamente jazz di “Do what you like” avrebbero meritato migliori sviluppi), che si tiene in piedi più che altro per le capacità tecniche degli interpreti.
Il pezzo in questione, comunque, è entrato a far parte di quel ristretto gruppo di canzoni che non solo segnano un periodo della mia vita, ma si ripresentano qualche tempo dopo sotto nuova veste.


 
Come down off your throne and leave your body alone.
Somebody must change.
You are the reason I've been waiting so long.
Somebody holds the key.

But I'm near the end and I just ain't got the time
And I'm wasted and I can't find my way home.

Come down on your own and leave your money at home
Somebody must change.
You are the reason I've been waiting all these years.
Somebody holds the key.


But I can't find my way home.
But I can't find my way home.
But I can't find my way home.
But I can't find my way home.




Durante quell’anno (2005) questi versi accompagnarono l'incontro lungo il mio percorso con una persona molto importante, che mi diede la forza di cambiare alcuni aspetti della mia vita, compresi alcuni lati del mio carattere. In lei ho trovato la “strada di casa”, era lei ad “avere le chiavi” ed ero io a “dover scendere dal trono” e a “dover cambiare”.
Anni dopo, ad inizio 2011, questa canzone ha gli stessi protagonisti, ma a parti invertite, la dolcezza di 6 anni prima lasci spazio alla delusione mista al rancore e le chiavi non servono più per entrare a casa, ma per uscirne.
Ieri sera, attanagliato dalla malinconia, ho voluto affrontare e superare il disagio che ora mi trasmette questo pezzo, ormai simbolo di illusioni e frustrazione delle stesse, e l’ho suonata e cantata. Ahimè, anzi, ahivoi, non sono affatto dotato dal punto di vista chitarristico, men che meno dal punto di vista canoro, ma ho troppe chitarre per casa per lasciarle a prendere polvere, e ho anche un microfono e un registratore digitale ( di scarsa qualità); quindi ho pensato bene di registrare il risultato di una piccola jam con me stesso alla chitarra ritmica, solista, basso e voce, la qualità non c’è, ma mi diverto così.


(*) Il buon Steve Winwood merita due righe tutte per lui per sottolineare il suo talento. Il suo inizio di carriera è folgorante, a 18 anni, con lo Spencer Davis Group, firma una hit di enorme successo: “Gimme some lovin’ “, (una delle poche canzoni che riesce a far muovere i miei piedi altrimenti saldamente inchiodati al terreno) e altri pezzi pregevoli, successivamente forma i Traffic, band eclettica, formata da elementi estremamente preparati. Lo stesso Winwood suona con disinvoltura chitarra, pianoforte e organo, cimentandosi anche al basso e alle percussioni, e facendo della sua voce versatile e potente un marchio di fabbrica del gruppo.  “Mr. Fantasy “ e “John Barleycorn must die” sono da segnalare tra i lavori dei Traffic. I citati Bllind Faith furono una parentesi chiusa la quale il Nostro tornò ai Traffic. Questo periodo è costellato da varie collaborazioni, tra le quali non si può omettere quella con Jimi Hendrix durante le registrazioni di “Electric Ladyland”, suo infatti è l’organo nella granitica “Voodoo Chile.

p.s.: Non ho la voce di Winwood e forse avrei fatto meglio a cantarla senza cercare di imitarlo... provvederò quanto prima a registrare una nuova parte vocale

venerdì 11 novembre 2011

Tears in heaven

Tears in heaven by aftermidnight78





Nel 2011 due persone molto vicine a me hanno perso un genitore. Per entrambe è stato un fulmine a ciel sereno, ma il loro modo di reagire è stato diametralmente opposto.
Ho riflettuto molto su come hanno affrontato un momento così delicato, che ha segnato inevitabilmente una svolta nelle loro vite. Per il mio amico in questione il padre rappresentava un ostacolo che gli impediva di trovare la sua strada. Da anni mi diceva che voleva spezzare queste catene, ed ora che il fato ha accelerato i tempi si è trovato un’autostrada di fronte a se e, coerentemente, è salito in macchina ed ha iniziato a percorrerla. Può sembrar crudo parlare in questi termini dopo la morte del proprio padre, ma la realtà è questa e credo sia peggio negare in modo ipocrita la rabbia che in certi casi si prova.
L’altro estremo è rappresentato da una ragazza che perde la madre, che da sempre ritiene la sua migliore amica, la roccia su cui appoggiarsi nei momenti di sconforto, un rapporto così stretto quanto raro. In questo caso il dolore è così forte che non le crea forti disagi nel riprendere normalmente la propria vita, anche a distanza di diversi mesi ogni cosa appare svuotata di senso se non si ha la possibilità di condividerla.
Non nego che entrambe le reazioni mi hanno stupito e hanno rafforzato in me la convinzione che un genitore, ad un certo punto, debba fare lo sforzo, seppur doloroso, di allentare il vincolo emotivo che ha con loro, favorendo il naturale processo delle cose.



Questa è per A., registrata in un momento poco poetico ( mentre attendevo che l’acqua per la pasta raggiungesse il bollore) ma non per questo meno sentita. Eric Clapton ha sempre ritenuto che sia stata una buona terapia per superare il dolore della perdita di suo figlio di 4 anni; e quando, anni dopo, si è reso conto di averlo superato ha smesso di suonarla.
Ecco, se potesse servire a qualcosa, te la suonerò ogni volta che vorrai.