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martedì 8 maggio 2012

The fool on the hill


Ho gli occhi gonfi di sonno oggi: sveglia prima dell’alba e noioso viaggio di lavoro! Ho passato tutto il giorno lontano da dove volevo essere, ho potuto farlo solo con il pensiero! Appena rientrato ho controllato un paio di lavori a cui tengo molto: sono le piccole cose che mi danno le soddisfazioni più grandi, vedere qualcosa che le mie mani riescono a trasformare in quello che voglio mi fa star bene, tanto più se ciò che sto facendo e per persone a me care.
Spesso mi capita di sentirmi dire di sfruttare le capacità per scopi più "importanti"... in quei momenti mi sento come lo scemo sulla collina.. "The fool on the hill" forse il più bel pezzo scritto da McCartney (a mio parere... e vabbè, ho un debole per lui... nella produzione Beatlesiana in genere preferisco i suoi pezzi a quelli di Lennon...) mi piace la sensibilità con cui descrive questi semplici personaggi ( un altro esempio è "Eleanor Rigby"), la trovo molto vicina alla mia.
Comunque.. mi sento come lo scemo sulla collina, tutti pensano che sia pazzo mentre lui sa che i pazzi sono gli.. tutti mi dicono di puntare più in alto, ma non è quello che voglio... preferisco godermi le mie piccole soddisfazioni piuttosto che uno stipendi più pingue, preferisco pensare che ciò che mi fa alzare la mattina sia la passione per quello che faccio piuttosto che  il denaro, preferisco considerare le persone che lavorano con me colleghi, anziché chiamarli risorse umane, preferisco pensare a uomini che sostituiscono le macchine anziché al contrario, preferisco pensare alla fantasia e l'esperienza di una persona come il patrimonio più importante di un'azienda...mmm, questo mondo mi va immensamente stretto, molto probabilmente per limiti miei, quindi, quando posso quindi mi rifugio nelle mie pazzie.. senza badare agli altri, tanto so che i pazzi sono loro :)

The fool on the hill

Day after day, alone on a hill,
The man with the foolish grin is keeping perfectly still
But nobody wants to know him,
They can see he’s just a fool
And he never gives an answer.
But the fool on the hill sees the sun going down
And the eyes in his head see the world spinning round.
Well on the way, head in a cloud,
The man of a thousand voices talking perfectly loud.
But nobody ever hears him
Or the sound he appears to make
And he never seems to notice.
But the fool on the hill sees the sun going down
And the eyes in his head see the world spinning round.
And nobody seems to like him,
They can tell what he wants to do
And he never shows his feelings.
But the fool on the hill sees the sun going down
And the eyes in his head see the world spinning round.
He never listens to them,
He knows that they’re the fools
They don’t like him. The fool on the hill sees the sun going down
And the eyes in his head see the world spinning round.

lunedì 19 marzo 2012

Boring stories of… glory days



Passata la soglia dei 30 ho notato una certa facilità nel mettere su chili di troppo, soprattutto durante l’inverno. Così ho preso la buona abitudine di correre, in genere da Marzo due o tre volte la settimana vado nella riserva naturale della vicina Abbadia di Fiastra per fare un po’ di movimento. Evidentemente non sono il solo a dover fare i conti con il rallentamento del metabolismo visto che negli ultimi giorni mi è capitato di incontrare (singolarmente) quattro compagni di liceo dediti alla mia stessa attività. In queste occasioni la corsa si  trasforma in passeggiata e si iniziano i classici discorsi sui bei tempi andati, i glory days, per dirla alla Springsteen.I ricordi delle sbronze durante le gite, gli stratagemmi per copiare durante i compiti in classe e le interrogazioni esilaranti sono ancora scolpiti nella nostra memoria, dopo 15 anni dal diploma.
Con alcuni sono un po’ in imbarazzo all’inizio, mi capita di confrontare la strada che hanno fatto loro con quella che ho fatto io e mi vedo molto indietro, perdente; non nel risultato raggiunto, ma nell’impegno profuso nel cercare di raggiungere il risultato. La mia è stata la scelta più facile e scontata di tutte quelle che mi si presentavano davanti, ho percorso una strada già segnata senza dovermi sforzare troppo.
A volte credo che se potessi tornare indietro farei altre scelte; mi metterei di più in gioco, sfruttando di più l’incoscienza tipica dei 18 anni per gettarmi in altre imprese… probabilmente è per questo che ho tutta questa nostalgia per i miei “Glory days”

giovedì 1 marzo 2012

America

Ogni volta che sento il peso di essere cresciuto sento ronzare nella mia testa “America” di Simon & Garfunkel. Quando frequentavo ancora il liceo pensavo che a 34 anni la mia vita avrebbe raggiunto un equilibrio, credevo che avrei avuto una risposta per tutto, ero convinto che quell’inquietudine che si ha dentro a 18 anni sarebbe sparita. Invece mi ritrovo con i capelli che iniziano ad imbiancare  (e purtroppo anche a diradarsi) senza sapere ancora di preciso quale strada prendere, o meglio: senza sapere se la strada che ho preso sia quella giusta o meno. Mi pare di aver letto da qualche parte un aforisma, credo fosse di Berthold Brecht, che diceva che i quarantenni più interessanti che conosceva erano quelli che ancora non sapevano cosa fare della propria vita…  chissà, forse risulterò interessante, ma ogni tanto l’inquietudine diventa quasi insopportabile, cerco conforto e sicurezza nella mie abitudini, ma sento che non mi basta.
I protagonisti della canzone sopra citata partono in un viaggio alla ricerca dell’America, ma dopo l’iniziale entusiasmo prendono coscienza, con non poca frustrazione, che essa è solamente un’illusione e che probabilmente il sogno americano non si realizzerà mai.

Let us be lovers we'll marry our fortunes together."
"I've got some real estate here in my bag."
So we bought a pack of cigarettes and Mrs. Wagner pies
And we walked off to look for America

"Kathy," I said as we boarded a Greyhound in Pittsburgh
"Michigan seems like a dream to me now"
It took me four days to hitchhike from Saginaw
I've gone to look for America

Laughing on the bus
Playing games with the faces
She said the man in the gabardine suit was a spy
I said "Be careful his bowtie is really a camera"

"Toss me a cigarette, I think there's one in my raincoat"
"We smoked the last one an hour ago"
So I looked at the scenery, she read her magazine
And the moon rose over an open field

"Kathy, I'm lost," I said, though I knew she was sleeping
I'm empty and aching and I don't know why
Counting the cars on the New Jersey Turnpike
They've all gone to look for America
All gone to look for America
All gone to look for America

lunedì 16 gennaio 2012

Tubular bells



Quel motivo ripetuto da tutti gli strumenti che in fila indiana entrano sopra una tappeto di basso dal sapore molto fusion mi ha svegliato presto stamattina.. già, proprio quello di Tubular Bells (lato A) di Mike Oldfield. Lo avevo in testa da ieri sera, mi ha cullato mentre mi assopivo tra le braccia di Morfeo e l’ho ritrovato lì stamattina quando la luce filtrata dalle persiane ha iniziato a colorare la stanza di arancione. Ho rispolverato il cd un paio di giorni fa perché avevo voglia di divertirmi un po’ nel variare la parte iniziale, quella utilizzata dall’esorcista, per intenderci. Invece in testa mi è rimasta la parte conclusiva, quella che mi ha sempre colpito di più. Se solo penso che l’opera è stata concepita e realizzata quasi esclusivamente da una ragazzo di appena vent’anni.. beh, resto senza parole, e provo un po’ di invidia e di tristezza per la mia mediocrità. Suono la chitarra, ma non sono un fenomeno e non mi sento affatto portato, mi interesso di vini ma non sono un sommelier, colleziono cd e vinili, passo ore ad ascoltare musica ma quelle poche cose che ho scritto al riguardo fanno pena, gironzolo in macchina per cercare panorami degni di essere immortalati con la macchina fotografica, ma i risultati non hanno mai niente di speciale, lavoro il legno da anni ma non posso definirmi falegname, costruisco chitarre ma non ho mai raggiunto la perfezione che vorrei… potrei andare avanti all’infinito!!

venerdì 13 gennaio 2012

The long and winding road to San Quirico




Una delle cose che più mi piace fare è guidare. In auto riesco quasi sempre a rilassarmi e a valutare con calma le questioni che mi assillano, aiutato dalla musica, ovviamente.
Una strada alla quale sono particolarmente affezionato è quella che porta a San Quirico d’Orcia, precisamente dal tratto che da Torrita di Siena passa per Montepulciano, poi Pienza ed infine conduce a San Quirico. Ci sono stato diverse volte, generalmente in primavera, e ogni tanto sento un bisogno profondo di tornarci. Se avessi potuto scegliere dove nascere avrei sicuramente scelto di nascere lì, tra quelle dolci colline di un verde che non è mai lo stesso, ma cambia enormemente col cambiare delle condizioni di luce e del vento; quei cipressi che conducono a qualche bel casolare di campagna e perché no… l’ottimo vino e l’ottimo cibo. Mi pare di aver letto una volta che a San Quirico si ha l’aspettativa di vita più alta in Italia… la val d’Orcia è davvero un posto in cui il tempo sembra scorrere ancora con i ritmi di una volta, il luogo ideale dove abbandonare ogni tipo di stress.
Ricordo con molto piacere la scappatella che ho fatto in zona a fine marzo. In un pigro sabato mattina di inizio primavera decido di fare qualcosa di gratificante per il corpo e per lo spirito quindi prendo qualche cd (circa 40) e mi metto in macchina alla volta della val d’Orcia.
Si susseguono ascolti quasi dimenticati, non ricordavo quanto fosse facile astrarsi dalla realtà ascoltando “If i could only remember my name” di David Crosby, oppure quanto fosse geniale e versatile la chitarra di Randy Wolfe “California”, leader degli Spirit in “Twelve dreams of Dr. Sardonicus… per non parlare di quel capolavoro assoluto di Tim Buckley, “Goodbye and hello”, che mi culla con la sua voce d’angelo.

Quando arrivo dalle parti di Moltepulciano è il turno di “Let it be” dei Beatles, perché “The long and winding road” mi fa pensare proprio a quella strada che solca le colline tra Montepulciano, Pienza e San Quirico… il viaggio è stata un’esperienza quasi catartica e alla vista di quei dolci rilievi dominati dal monte Amiata mi si è aperto il cuore.
Il tempo di parcheggiare e mi si è aperto anche lo stomaco… quindi una sosta in uno degli ottimi ristoranti della zona è obbligata. Pappardelle al cinghiale, filetto e due calici di Brunello.. ahhh, ritemprato nel corpo e nello spirito faccio una bella passeggiata per le vie del paesino poi l’immancabile capatina a Montalcino per comprare qualche bottiglia del già citato Brunello da regalare agli amici e dopo riprendo la via di casa, fermandomi di tanto in tanto a fare qualche foto.. peccato che la luce quel giorno non fosse delle migliori.
Insomma, non posso lamentarmi: ottimo cibo, ottimo vino, ottima musica, magnifici luoghi e, a differenza di quanto accade di solito quando sono solo, anche ottima compagnia!

giovedì 29 dicembre 2011

Out on the week end

Il periodo natalizio quest’anno è stato caratterizzato dalla precisa volontà di non pensare agli spettri degli ultimi mesi, a cosa serve altrimenti questa festa? Il  suo significato religioso non mi interessa, il lato consumistico mi indigna, ma sono rinfrancato dal tempo passato con i miei cari e dalle attenzioni date e ricevute. Dopo un anno passato a pensare principalmente ognuno a fatti propri ci si ritrova tutti insieme per condividerne una parte.
Babbo Natale ha pensato bene di fomentare le mie ambizioni da musicista di strada, facendomi trovare sotto l’albero un banjo e un’armonica, visti i tempi di crisi in cui viviamo è un preciso invito a considerare possibile un futuro da strimpellatore vagabondo.
Ed in realtà è proprio questo quello che ho voglia di fare in questi giorni finalmente liberi dal lavoro: partire al mattino presto con la macchina e la chitarra, gironzolare finche non trovo un bel posto, magari verso i monti e con un bel panorama ( i Sibillini in questi giorni sono uno spettacolo visti dalle mie parti) e mettermi a suonare canticchiando qualcosa di Eric Clapton o, ancor meglio, qualcosa da “Harvest” o “After the gold rush” di Neil Young. La delicata disperazione di alcuni dei suoi pezzi è un perfetto accompagnamento al momento che sto passando e alle riflessioni di fine anno volutamente evitate.

martedì 20 dicembre 2011

Notturne evasioni

Mi ero disabituato alle notti insonni. Non ho più la pazienza di aspettare Morfeo per ore intere, rigirandomi tra le lenzuola, ormai preferisco alzarmi e dedicarmi ad altro. Dopo un fine settimana come quello appena passato credevo che stanotte avrei dormito sereno come un bambino, ma così non è stato. Pensavo che una domenica passata a lavoricchiare e un sabato di svago totale culminato con l’incontro con un amico che non vedevo da tempo avrebbero allontanato alcuni fantasmi che mi tormentano in questi giorni.
Purtroppo i fantasmi sono tornati a farsi sentire  e non ho potuto fare altro che scacciarli nell’unico modo che funziona: prendendo la chitarra acustica e suonando nel cuore della notte, al buio. Così ho passato due ore tra alcuni grandi classici blues di  Bo Diddley, Muddy Waters, Big Bill Bronzy, Johnson, Jesse Fuller.. tutti quanti nella versione di Clapton nell’album Unplugged, disco che ultimamente sto rivalutando probabilmente per il fatto di  avere un certo ritorno di fiamma per la chitarra acustica. Tra stecche, versi sbagliati o inventati, accordature aperte improbabili e sforzi di memoria per ricordare i fraseggi gli occhi si sono fatti gonfi e pesanti e ho potuto riposare un po’.
Ho la pessima abitudine di affrontare le questioni che mi spaventano e mi agitano solo quando sono messo alle strette, altrimenti le posticipo all’infinito. Ogni volta che utilizzo questa “tecnica” sembro ritrovare tranquillità per un po’,  ma la consapevolezza che c’è un problema irrisolto da affrontare scava e scava fino a riaffiorare in superficie sotto forma di manifestazioni psicosomatiche… insonnia, colite, gastrite sono il bagaglio che la mia mediocrità mi fa portare a spasso.

martedì 6 dicembre 2011

Polvere sei e polvere respirerai

Ho bisogno di staccare dagli aspetti del lavoro che mi opprimono, sento la necessità di dedicarmi alla mia vera passione, è una delle poche cose che mi fa sentire in pace con me stesso. Niente mi rilassa come una giornata passata a lavorare il legno, da solo, lontano da tutti, solamente io, gli attrezzi e qualche pezzo di mogano o di acero. Un lavoro vecchio quanto l’uomo, ma sempre utile e necessario.
Non ho mai indagato fino in fondo dentro me stesso per capire se questa passione sia frutto solamente del fatto che essendo figlio, nipote e pronipote di falegnami  ho respirato da sempre polvere di legno e non ho sentito parlare di molto altro in famiglia, oppure se sia stata semplicemente la strada più semplice da percorrere. Sta di fatto che una volta terminato il liceo ho sentito l’irrefrenabile richiamo di questo mestiere e nonostante mi sia stato sconsigliato da tutti ogni tanto sono ancora qui a tagliare, incollare, raspare, scolpire, carteggiare e verniciare. Purtroppo per necessità “superiori” devo dedicare la maggior parte del tempo ad attività non manuali, ma forse proprio per questo le poche occasioni in cui posso dedicarmi alla falegnameria e alle sue svariate applicazioni (la liuteria, nella foto) costituiscono un rifugio protetto dalla frenesia del mondo esterno. 

venerdì 2 dicembre 2011

Quattro salti nel passato...

Deve essere stata un’emozione non indifferente per mi padre trovarsi a sostituire il portoncino d’ingresso dell’appartamento recentemente acquistato da mia sorella (che tra l’altro ha fatto un affarone, pagando relativamente poco un appartamento enorme a corso Cavour a Macerata) e rendersi conto che quello vecchio era stato realizzato da suo padre 57 anni or sono. Già! La palazzina risale al 1954-1955, quando, durante la ricostruzione post-bellica mio nonno ha gettato le basi per l’attività che di lì a poco avrebbe coinvolto mio padre e molto più tardi me.
Il vecchio portoncino è stato  piazzato sul banco da lavoro e aperto come se fosse l’oggetto di una autopsia, di nascosto ho visto la ricerca di dettagli, particolari che rivelassero qualche abitudine costruttiva persa nelle pieghe della memoria,  ho sentito critiche riguardo tecniche  poco ortodosse che hanno portato nel tempo il legno a piegarsi (questo mi ha rincuorato un po’, ho constatato che le sue critiche in ambito lavorativo sono rivolte un po’ a tutti, non solo a me), era come se quelle due ante fossero il libro dei ricordi nel quale mio padre ha potuto rivivere per un po’ gli anni della sua adolescenza, quando ha iniziato ad intraprendere quel mestiere che non ha più abbandonato per il resto della sua vita.
Ogni oggetto ha qualcosa da raccontare, ma in questo caso un intero mondo si è spalancato oltre le due ante, sono contento per mio padre che ha potuto rivivere per un po’ in quel mondo e ha potuto pensare che un giorno, quando io o mia sorella metteremo mano, per un motivo o l’altro , a uno dei tanti mobili che ha voluto farci per i nostri appartamenti potremmo avere lo stesso dolce pensiero che ha avuto lui per suo padre.
L’unico dispiacere è per le porte dell’appartamento, anch’esse realizzate da mio nonno, che sicuramente saranno finite in qualche mercatino dell’usato o da qualche restauratore… per carità, non sono particolarmente attratto dallo stile anni ’50, ma mi avrebbe fatto piacere riutilizzarle in qualche modo. 



mercoledì 23 novembre 2011

King of the blues




Non potrebbe essere una copertina di un disco intitolato “ King of delta blues: the complete recordings”? Ovviamente ci si riferisce al delta del fiume Chienti e non a quello del Mississippi e magari potrebbe aprirsi con un “must”:

I went to the crossroad, fell down on my knees
I went to the crossroad, fell down on my knees
Asked the lord above "Have mercy, save poor Bob, if you please"
Mmmmm, standin' at the crossroad, i tried to flag a ride
Standin' at the crossroad, i tried to flag a ride
Didn't nobody semm to know me, everybody pass me by
Mmmm, the sun goin' down, boy, dark gon' catch me here
Oooo, eeee, boy, dark gon' catch me here
I haven't got no lovin' sweet woman that love and feel my care
You can run, you can run, tell my friend-boy Willie Brown
You can run, tell my friend-boy Willie Brown
Lord i'm standin' at the crossroad, babe, i believe i'm sinkin' down




Crossroad blues, uno dei pezzi più conosciuti di Robert Johnson, forse quello che più di tutti alimenta le varie leggende sul suo conto.
Si dice, infatti, che il suo impareggiabile stile chitarristico, per di più elaborato nel giro di brevissimo tempo, sia frutto di un patto con il diavolo. Spinto da una voce interiore si incontrò ad un incrocio, allo scoccare della mezzanotte, con un uomo vestito di nero e con il volto coperto, il quale in cambio del sacrificio della sua anima, gli conferì la sua geniale abilità con la chitarra, lasciandolo esausto a terra.
Oltre a questo pezzo ci sono molti altri riferimenti al demonio nelle poche canzoni registrate da Johnson, canzoni che riflettono il suo stile di vita di viaggiatore, donnaiolo, uomo di strada immerso nell'eccesso. Intorno alla sua morte c'è poca chiarrezza, forse intossicato dall'alcool, oppure ucciso da un uomo convinto che lui stesse corteggiando sua moglie. Morto a 27 anni ha lasciato meno di 40 pezzi registati, ma un'eredità musicale enorme; Rolling Stones, Eric Clapton, Led Zeppelin e tanti altri devono molto a Johnson.


Sempre a proposito di oscure leggende sui padri del blues che dire di Huddie Ledbetter, in arte Leadbelly?
Nel 1916 o 17 venne condannato a 30 anni di reclusione per omicidio, ma dopo soli 7 anni uscì dopo che il governatore locale gli concesse la grazia in seguito ad una domanda esposta sotto forma di canzone... la cosa incredibile è che anni più tardi, nel 1934, il trucco gli riuscì di nuovo!  Finito di nuovo in carcere, questa volta per tentato omicidio, face recapitare al governatore un disco sul quale da un lato erano incise le sue ballate, e sull'altro la sua domanda di grazia! Forse qualcuno l'ha sentito nominare perchè "Where did you sleep last night", il pezzo reso famoso da Kurt Kobain in Unplugged in New York del '94, l'aveva scritto lui una cinquantina di anni prima.
E che dire di Charley Patton? Incarnazione vivente della filosofia blues, fumatore, bevitore, viaggiatore, donnaiolo (8 mogli), superstizioso, irascibile, incarcerato almeno una volta, morto giovane! un prerfetto archetipo di bluesman maledetto! Amava dare spettacolo durante i concerti, suonando la chitarra appoggiato sopra le ginocchia o dietro la schiena, già nel 1930 a dispetto di tutti gli idioti che le fanno adesso. Lui e Blind Lemon Jefferson (il secondo in maggior misura) possono essere consideratii padri spirituali dei grandi bluesmen del Delta.


Ecco…  la mia vita ha ben poco a che spartire con quella di tali personaggi, ma non posso negare che a volte mi sento oppresso dalla quotidianità, mi sento in catene, completamente calato in un solco già segnato, senza la minima forza e possibilità di cambiare direzione . In questi momenti l’ascolto del blues, che è nato per trasmettere sensazioni simili a queste, e che ha su di me una sorta di effetto catartico. Questa musica infatti non ha il solo scopo di esprimere le proprie angosce, ma , portandoti nei posti più bui del tuo animo e  facendoti condividere i tuoi fantasmi con gli altri, riesce a darti una speranza per risollevarti ed andare avanti.   

lunedì 21 novembre 2011

Quale funzione hai?

Altro fine settimana passato per lo più in macchina, altra domenica sera con il mal di schiena. Due giorni di musica, foto, cibo e vino. La pesante cucina tipica umbra in trattoria e un rosso di Montefalco molto carico hanno favorito un risveglio domenicale piuttosto lisergico, facendo rimbalzare tra i 4 neuroni attivi i versi di “ Il silenzio del rumore” di Franco Battiato, da Pollution (1972)

Il silenzio del rumore
delle valvole a pressione
i cilindri del calore
serbatoi di produzione...
Anche il tuo spazio è su misura.
Non hai forza per tentare
di cambiare il tuo avvenire
per paura di scoprire
libertà che non vuoi avere...
Ti sei mai chiesto
quale funzione hai?


Ti sei mai chiesto quale funzione hai?  Spesso capita che mi faccio questa domanda, la risposta, in genere, varia in base all’umore. La costante però è la desolazione nel constatare che questa vita fatta di valvole a pressione, cilindri di calore e serbatoi di produzione ci ruba il bene più prezioso che abbiamo: il tempo. Come è ben messo in evidenza in questi giorni in cui siamo considerati più che altro contribuenti e consumatori, la società contemporanea ci ha imposto una serie di sovrastrutture e comportamenti condizionati che, secondo me, ci distolgono dallo scopo migliore che possiamo dare a questa esistenza. Sono convinto che il meglio che possiamo fare, in questo periodo limitato e sconosciuto di tempo che ci viene dato da non so chi, sia cercare di condividere quanto più ci è possibile con i nostri simili. Come se tutti noi fossimo dei piccoli insiemi e il nostro vero successo sia avere più intersezioni possibili con gli atri.

giovedì 17 novembre 2011

1993

Ogni tanto scendo in garage a sistemare un po’ di cose, devo comprimere libri, quaderni e diari della mia adolescenza in spazi sempre più angusti per fare largo ad oggetti più recenti.
Spesso mi trattengo più del dovuto per rispolverare vecchi ricordi. Questa volta, da uno scatolone tenuto insieme da un centinaio di metri di nastro adesivo, è saltato fuori il diario del primo anno di liceo, 1992-93! Non ricordavo di avere il vizio di appuntare i voti dei compiti in classe e delle interrogazioni, di fare i calcoli delle medie per ogni materia… ma d’altra parte quello è stato il mio ultimo anno da studente modello, dal secondo anno presi le cose molto più alla leggera puntando al minimo risultato utile con il minimo sforzo necessario. Con il senno di poi, se potessi, mi prenderei a ceffoni. Ancora non riesco a capire perché avessi tanta rabbia dentro di me a 15 anni, in parte è normale, ma probabilmente avrei fatto meglio a sfogarla in modo diverso, piuttosto che privarmi di certe opportunità.
Il ’93 è stato l’anno in cui ho iniziato a fumare, in cui inizia a frequentare la palestra, in cui passai il mese di luglio a leggere tutto quello che avevo per casa di Pirandello , l’anno in cui, da buon fan sfegatato, attesi con impazienza l’uscita di “Zooropa” degli U2 senza poi accorgermi che tale album avrebbe rappresentato la fine del loro periodo migliore, l’anno in cui ho gettato le basi per alcune amicizie che durano ancora, l’anno in cui volevo iniziare a suonare la batteria, in cui  i miei pensieri per il gentil sesso si spostavano da una ragazza all’altra ogni mese, ma inevitabilmente non si concretizzavano mai, l’anno in cui, a dispetto di quello che costantemente diceva di me una professoressa, decisi che non sarei diventato un ingegnere, è stato l’anno in cui avevo lo stesso taglio di capelli di adesso, l’anno in cui, quando alle 7 di mattina mettevano “Nevermind” o “In utero” sul pullman, mi rovinavano la giornata; è stato anche l’anno in cui ho smesso di andare in chiesa, l’anno in cui ho consumato i vinili di De Andrè di proprietà di mia sorella e le sue cassette di Guccini e De Gregori.
È stato sufficiente sfogliare poche pagine di un diario per risvegliare una quantità di speranze, illusioni e sogni ingenui che per un po’ hanno preso il posto del cinismo nel cuore indurito di un ultra trentenne.

lunedì 14 novembre 2011

Can't find my way home

Can't find my way home by aftermidnight78

Il bello della musica e dell’arte in generale è che un’opera o una canzone una volta pubblicate smettono di essere proprietà esclusiva dell’artista e diventano proprietà condivisa tra tutti gli ascoltatori. Alcune canzoni hanno segnato così tanto periodi della mia vita che ormai fanno parte del mio bagaglio di ricordi, sono legate a doppio nodo a certi percorsi e a certe persone.
Ci sono poi canzoni che si presentano più volte lungo il nostro cammino, in maniera ciclica, magari con senso e significato cambiati; una di queste è “Can’t find my way home” inclusa nell’album “Blind Faith” dell’omonimo supergruppo formato nel 1969 dai due ex Cream Clapton e Baker, dall’ex Traffic Steve Winwood (*) e dall’ex bassista dei Family Rich Grech. Furono la penna e la chitarra di Steve Winwood  a partorire questa breve ballata acustica che tanto mi assilla ultimamente.
Il primo incontro con questa canzone lo ebbi nel 2005, quando, in preda ad una vera e propria bulimia musicale, inizia ad ascoltare ogni cosa prodotta tra il 1965 e il 1975. (Già, sono tremendamente affetto ad pregiudizi, è un mio limite molto evidente, ma il decennio racchiuso tra “Rubber Soul” dei Beatles e “Wish you werer here” dei Pink Floyd non credo che potrà mai avere eguali)
Bene; ricordo che comprai questo disco perché ero rimasto impressionato in maniera molto positiva dai Traffic e dai Family, e conoscendo bene il Clapton dei Cream ero sicuro che il loro sodalizio non mi avrebbe deluso. Infatti non fui deluso, ma neanche estremamente entusiasta, e anche adesso credo che il loro lavoro fu buono, ma mancante della necessaria coesione, con Clapton sotto tono e Winwood nel ruolo di leader. Un disco con pochi acuti, con spunti interessanti poco approfonditi ( le esplorazioni dal sapore vagamente jazz di “Do what you like” avrebbero meritato migliori sviluppi), che si tiene in piedi più che altro per le capacità tecniche degli interpreti.
Il pezzo in questione, comunque, è entrato a far parte di quel ristretto gruppo di canzoni che non solo segnano un periodo della mia vita, ma si ripresentano qualche tempo dopo sotto nuova veste.


 
Come down off your throne and leave your body alone.
Somebody must change.
You are the reason I've been waiting so long.
Somebody holds the key.

But I'm near the end and I just ain't got the time
And I'm wasted and I can't find my way home.

Come down on your own and leave your money at home
Somebody must change.
You are the reason I've been waiting all these years.
Somebody holds the key.


But I can't find my way home.
But I can't find my way home.
But I can't find my way home.
But I can't find my way home.




Durante quell’anno (2005) questi versi accompagnarono l'incontro lungo il mio percorso con una persona molto importante, che mi diede la forza di cambiare alcuni aspetti della mia vita, compresi alcuni lati del mio carattere. In lei ho trovato la “strada di casa”, era lei ad “avere le chiavi” ed ero io a “dover scendere dal trono” e a “dover cambiare”.
Anni dopo, ad inizio 2011, questa canzone ha gli stessi protagonisti, ma a parti invertite, la dolcezza di 6 anni prima lasci spazio alla delusione mista al rancore e le chiavi non servono più per entrare a casa, ma per uscirne.
Ieri sera, attanagliato dalla malinconia, ho voluto affrontare e superare il disagio che ora mi trasmette questo pezzo, ormai simbolo di illusioni e frustrazione delle stesse, e l’ho suonata e cantata. Ahimè, anzi, ahivoi, non sono affatto dotato dal punto di vista chitarristico, men che meno dal punto di vista canoro, ma ho troppe chitarre per casa per lasciarle a prendere polvere, e ho anche un microfono e un registratore digitale ( di scarsa qualità); quindi ho pensato bene di registrare il risultato di una piccola jam con me stesso alla chitarra ritmica, solista, basso e voce, la qualità non c’è, ma mi diverto così.


(*) Il buon Steve Winwood merita due righe tutte per lui per sottolineare il suo talento. Il suo inizio di carriera è folgorante, a 18 anni, con lo Spencer Davis Group, firma una hit di enorme successo: “Gimme some lovin’ “, (una delle poche canzoni che riesce a far muovere i miei piedi altrimenti saldamente inchiodati al terreno) e altri pezzi pregevoli, successivamente forma i Traffic, band eclettica, formata da elementi estremamente preparati. Lo stesso Winwood suona con disinvoltura chitarra, pianoforte e organo, cimentandosi anche al basso e alle percussioni, e facendo della sua voce versatile e potente un marchio di fabbrica del gruppo.  “Mr. Fantasy “ e “John Barleycorn must die” sono da segnalare tra i lavori dei Traffic. I citati Bllind Faith furono una parentesi chiusa la quale il Nostro tornò ai Traffic. Questo periodo è costellato da varie collaborazioni, tra le quali non si può omettere quella con Jimi Hendrix durante le registrazioni di “Electric Ladyland”, suo infatti è l’organo nella granitica “Voodoo Chile.

p.s.: Non ho la voce di Winwood e forse avrei fatto meglio a cantarla senza cercare di imitarlo... provvederò quanto prima a registrare una nuova parte vocale